
In un momento di relativa tranquillità per ciò che concerne la stagione di Formula 1, anche se il lavoro non manca di certo con i test di Barcellona in pieno svolgimento, vorrei parlarvi di un argomento del quale ho già in parte avuto modo di accennarvi, qualche settimana fa. L’argomento in oggetto è l’America’s Cup di vela, l’evento che sta tenendo incollati davanti agli schermi di pc e televisori milioni di telespettatori, molti dei quali – tra cui il sottoscritto -, decisamente poco avvezzi a strambate, bulbi, boline, match race e compagnia cantando.
Ma che c’entra l’America’s Cup con i motori, si chiederanno la maggior parte di voi? Nulla, ragion per cui chi vi scrive non è mai stato particolarmente appassionato di vela, né in grado di capirci un granchè, salvo comunque ritrovarsi ad ogni edizione della tanto celebrata Coppa America incollato davanti al televisore, senza riuscire a perdere una regata che sia una. Un po’ quello che succede alla maggior parte dei non appassionati di calcio durante i mondiali o di motori quando c’è la partenza di un GP, tanto per capirci. Brutta razza, direte voi e anche qui mi trovate d’accordo!
Ma non è di questo che voglio parlarvi quanto, piuttosto, di una riflessione spontanea che mi ha indotto in questi giorni a considerare più approfonditamente l’intera faccenda. Dico io: ma come è possibile che undici barche, tutte diverse tra di loro, con profili e filosofie costruttive differenti, per di più in mare aperto, diano tutte vita a regate entusiasmanti che terminano dopo quasi due ore sempre sul filo dei secondi. Porca miseria, qui c’è qualcosa che non va, mi son detto!
Addirittura, il più delle volte ci si emoziona più che durante un intero GP, possibile? Delle barche senza un motore, in mare aperto, che si superano pure ripetutamente, come diavolo sarà possibile, mi domando il più delle volte? Certo, qualunque velista, potrebbe darmi dell’ignorante assoluto quale, per altro, sono effettivamente in materia, perché ciò accade piuttosto di frequente in qualsiasi regata velica, dai laser ai maxi. Anche il più esperto velista converrebbe però con il fatto che un simile livello di competitività, specie nell’America’s Cup che è unanimemente definita la Formula 1 della vela, è decisamente sorprendente.
A questo punto, la mia domanda sorge spontanea: se qualcuno è riuscito a rendere simili le prestazioni di undici imbarcazioni, costruite da progettisti differenti, appartenenti a consorzi differenti e con budget molto differenti tra di loro, mi spiegate come è possibile che non si riesca a fare lo stesso anche in Formula 1. Poi è ovvio e anche evidente, esattamente come sta avvenendo a Valencia, che alla fine a prevalere siano le barche con la maggiore esperienza ed il miglior budget, però che spettacolo… Una barca come +39 che rischia di battere BMW Oracle o Mascalzone Latino che batte New Zealand, ma vi rendete conto: è come se la Toro Rosso in alcune gare riuscisse a stare davanti alla McLaren, uno spettacolo insomma…
Premesso quanto sopra, in conclusione, mi chiedo perché non si riesca a trovare un regolamento che anche in Formula 1 sia in grado di avvicinare, almeno un po’, le prestazioni delle vetture, a far si che le stesse magari riescano anche ogni tanto a superarsi. Se ci riescono in mezzo al mare, senza motore, sarà pure possibile riuscirci su di una pista, per di più con 900 cavalli a disposizione, che ne dite…?